HomeArte, cultura e spettacoliSessant’anni di cinema e teatro: le radici profonde del San Giuseppe

Sessant’anni di cinema e teatro: le radici profonde del San Giuseppe

Sessant'anni di storia tra cinema e teatro: il San Giuseppe celebra un traguardo che affonda le radici nella qualità e nel valore del tempo. Un'intervista che racconta il legame con il territorio, l'impegno vitale dei volontari e la capacità di restare un punto di riferimento nell'era dello streaming, guardando al futuro con la sobrietà e la passione di chi trasforma la cultura in un bene comune.

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Sessant’anni non sono solo un compleanno o una ricorrenza. Sessant’anni sono un pezzo di vita e di storia: in questo caso del cinema teatro San Giuseppe ma, insieme ad esso, di un’intera comunità. Una comunità che è stata fin dalle origini al centro del progetto; che è stata e continua a essere fondamenta e colonna portante di un luogo di cultura e incontro capace di farsi amare anche da realtà vicine e lontane, entrando a far parte della vita di coloro che l’hanno frequentato per un’intera esistenza o anche solo per un tratto di essa.

È per questo che, insieme ai sessant’anni del San Giuseppe di Brugherio, si festeggiano le vite di coloro che hanno fatto parte, anzi sono stati artefici del successo di questa sala parrocchiale che non ha mai imposto i propri valori religiosi, chiedendo invece di condividere quelli del vivere insieme con consapevolezza. Lo ribadisce Angelo Chirico, direttore di questa perla nella conchiglia della cultura, che nell’intervista sottolinea l’importanza fondamentale del sostegno della Parrocchia, di don Mario Longo e di Monsignor Davide Milani.

Un ringraziamento che va anche alla sua famiglia, che fin da bambino l’ha accompagnato nel percorso verso l’oratorio e il suo cinema, i cui film erano il momento più atteso delle domeniche d’infanzia. Non dimenticando tutti i volontari che si sono presi cura del pubblico in tutti questi anni senza chiedere niente in cambio.

Angelo so che non ama molto le celebrazioni, tantomeno le autocelebrazioni, però vorrei che lei ci dicesse qualcosa sui 60 anni di attività di questo cinema e teatro, punto nevralgico della cultura brianzola e non solo.

Non amo le celebrazioni, è vero, ma solo quelle un po’ vuote, fini a se stesse, perché se non portano valore non interessano. Sono invece importanti i ragionamenti rispetto al tempo che ci è dato: un tempo che non è infinito, che è un bene prezioso e un’occasione per creare percorsi e situazioni comuni. Questo spazio è stato pensato in modo lungimirante tanti anni fa e mantiene tuttora una vitalità e una progettualità profonde, nel presente e per il futuro.

Quello che interessa in una ricorrenza, quindi, è guardare alle radici per vedere come si sta procedendo, non solo in termini quantitativi. Ci sono limiti fisiologici alla quantità — più di tanto non si può fare — ma alla qualità non c’è limite. Questa ricorrenza è un modo per ritrovare le motivazioni profonde che hanno spinto, tanti anni fa, a fare questa scelta: dare alla città uno spazio così bello e funzionale. Il teatro, il cinema e l’arte — quella vera — hanno questa funzione. Questo è il senso vero di questa celebrazione: scoprire le radici.

A proposito di qualità: ogni stagione che si sussegue l’asticella si alza sempre un pochino di più, nonostante l’impressione, al termine di quella precedente, sia di aver toccato l’apice. La sentite come una missione questa?

La ringrazio per il complimento. Diciamo che è una ricerca di senso sempre più compiuto, sempre più curata nel modo di porsi domande. Visto che è un lavoro molto impegnativo tenere vivo questo spazio, sia per la parrocchia sia per chi ci lavora materialmente, è importante che abbia una ragione d’essere, che non sia la copia di qualcos’altro. Vogliamo fare in modo che chi viene in questo teatro trovi una proposta all’altezza per quanto riguarda le compagnie e gli artisti, ma senza cercare il clamore: non ci interessa mettere la giacca della festa.

Lei ha posto sempre l’accento sull’importanza che hanno avuto in questi 60 anni i volontari e i collaboratori. Vorrei che spendesse qualche parola per loro.

È bello che ci sia da parte della comunità un senso di appartenenza che va al di là della semplice frequentazione: il farsene carico perché è un bene di tutti. Questa partecipazione è fondamentale. È un modo per dire che in questo Paese esiste un volontariato sociale, ma anche un volontariato culturale. Non serve a sottrarre reddito o a fare concorrenza sleale a chi ha dei dipendenti (che peraltro abbiamo anche noi), ma è il modo per rendere sostenibili progetti che altrimenti non sarebbero possibili.

So che ad altre latitudini avere dei volontari in una sala cinematografica o teatrale può risultare strano, ma grazie a Dio, avendo una radice di tipo oratoriale, attingiamo a quel tipo di sensibilità: il bene comune deve essere curato da tutti. Per questo vorrei dire grazie a tutte le persone che si rendono disponibili affinché il San Giuseppe resti aperto 365 giorni all’anno, con grandi sacrifici e impegno.

Considerando solo gli ultimi 20-30 anni, abbiamo assistito all’avvento dei DVD, di Blockbuster, dei multisala, della pandemia e infine dello streaming. Eppure, il San Giuseppe è rimasto un punto di riferimento. Il segreto è stare al passo con i tempi senza snaturarsi?

Il segreto è misurarsi. Ormai le cose cambiano nel giro di pochissimi anni. Quello che prima capitava in decenni, ora accade in un semestre. Per questo non devi mai inserire il pilota automatico. serve una guida attenta, puntuale e quotidiana. E poi alcune cose le può fare solo il cinema, le può offrire solo una sala: è questo lo specifico. La modalità con la quale ti offri è ciò che dà senso a quello che scegli di programmare. E siccome oggi più che mai abbiamo bisogno di incontro, confronto e relazione, solo uno spazio di questo genere può riuscirci. La dimensione familiare deve essere sempre il nostro tratto distintivo. È questo che negli anni, nonostante i cambiamenti esterni, ci ha consentito di rafforzare la nostra identità.

All’interno di questi 60 anni di attività ci sono i suoi 46 anni di lavoro con e per il teatro. Immaginava che sareste arrivati così lontano insieme?

Sinceramente no. Quando sono entrato qui la prima volta, passando da una porticina laterale, ho visto il palcoscenico ancora spoglio e in penombra; quegli spazi ampi e quelle altezze mi hanno subito affascinato. Da lì in poi sono rimasto attirato dalla magia degli spazi teatrali e dalla loro architettura. È stato un onore, che continua a perpetuarsi, aver prestato servizio per questa realtà: non me lo sarei mai aspettato. Il progetto è rimasto sempre lo stesso: fare una bella stagione che avesse continuità nel tempo.

Ricorda uno dei primi film che ha visto al San Giuseppe come semplice spettatore?

Ho vissuto l’oratorio fin da bambino e andare al cinema era uno dei momenti salienti della domenica. Allora c’era il “cinema piccolo”, ma qualche volta si riusciva ad andare in quello grande perché veniva concesso. Con mamma e papà siamo venuti a vedere un film, non ricordo bene se fosse uno di Gianni e Pinotto. Poi ricordo alcune pomeridiane, con un bellissimo sole; era Oliver Twist, o qualcosa del genere. In seguito decisi anche di fare il chierichetto con Don Enrico, una grande figura.

In questi anni sono passati tantissimi artisti. Quali sono quelli che non ha mai dimenticato?

Sono davvero tanti e con alcuni si è creato un rapporto d’affetto. In particolare ne voglio ricordare due, che hanno rappresentato il grande salto di qualità per il nostro teatro: Fabio Battistini e Antonio Zanoletti. Entrambi avevano lavorato al Piccolo e avevano messo in scena proprio qui, con molta disponibilità, alcuni degli spettacoli più importanti che abbiamo mai ospitato. Mi hanno fatto capire quanto si potesse costruire con il lavoro. Sono stati due grandi uomini di teatro. Io ero giovanissimo, neanche ventenne: mi hanno aperto la mente su cosa potesse diventare uno spazio teatrale e cosa potesse generare.

Non le chiedo il nome, ma ci dica solo se c’è mai stato un artista che non ha voluto che tornasse al San Giuseppe.

Sì, ma non in modo così tranchant. Semplicemente è capitato di fare altre scelte, non tutto è indispensabile.

Perché avete scelto il 21 marzo per celebrare i 60 anni e cosa succederà?

Abbiamo pensato a una cosa molto semplice: un sabato pomeriggio in cui potessero partecipare tutti, senza altri spettacoli già programmati. Inoltre, è in prossimità di San Giuseppe (quindi vicino all’onomastico) e all’inizio della primavera, il che dà un segno di promessa, di cose che devono sbocciare. Magari in futuro faremo sempre qualcosa in questa data, vedremo. Cosa succederà? Avremo degli ospiti che hanno segnato la vita della nostra sala, li saluteremo e li ascolteremo. E poi ci sarà un concerto con le musiche di Ennio Morricone. Sarà un evento sobrio: la sobrietà è un tratto che ci distingue, ma non va a discapito della qualità, tutt’altro.

So che sta già lavorando alla prossima stagione. Ci può anticipare qualcosa?

È quasi pronta, ma per ora non posso anticipare nulla. Dico solo che sarà bellissima: stiamo lavorando a una stagione di grande qualità e di forte richiamo. Non aggiungo altro, anche un po’ per scaramanzia.

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