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Vergarolla 1946, la strage che cambiò il mondo: a Brugherio il racconto di Lucia Bellaspiga

A Brugherio, la giornalista Lucia Bellaspiga ha ripercorso la strage di Vergarolla del 1946 e l’esodo istriano, ricordando come quell’attentato, rimasto senza colpevoli, abbia segnato uno spartiacque nella storia italiana del dopoguerra e nella memoria del Confine adriatico.

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Giovedì 12 febbraio 2026, nella Sala Consiliare del Comune di Brugherio, si è tenuto l’incontro pubblico dedicato alla tragedia dell’Istria, alla strage di Vergarolla e al drammatico esodo degli italiani dalle terre del Confine adriatico nel secondo dopoguerra.

Relatrice della serata è stata Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, inviata speciale, saggista e presidente di AIPI-LCPE, l’associazione che rappresenta gli italiani di Pola e dell’Istria nel mondo.

Un incontro per ricordare

Ad aprire la serata è stata la vicesindaca Mariele Benzi: “incontri come questi fanno bene al Comune di Brugherio e non solo. Le tragedie vanno ricordate, perché solo la memoria ci permette di comprendere il presente”.

Bellaspiga entra subito nel cuore della vicenda: 18 agosto 1946, spiaggia di Vergarolla, Pola situata all’estremità meridionale della penisola istriana in Croazia.

Pola, fino al 1946

La Seconda guerra mondiale è formalmente finita, l’Italia è diventata Repubblica da poco più di due mesi (12 giugno 1946), a Parigi si stanno ridisegnando i confini europei.

“La guerra è finita in Europa”, spiega la relatrice, “ma a Pola sta per cominciare qualcos’altro. Qualcosa che assomiglia già alla Guerra Fredda”.

È una domenica d’estate. In spiaggia famiglie, bambini, società sportive. Poco distante, 28 ordigni navali disinnescati, residuati bellici della Secona guerra mondiale, ammassati sulla riva dopo la bonifica.

Alle 14.15 l’esplosione. Tutti e 28 gli ordigni detonano. Un boato che squarcia la spiaggia, centinaia di metri devastati, decine di vittime, corpi irriconoscibili.

“Le persone andarono in briciole”, dice Bellaspiga con parole dure, necessarie.

Ufficialmente un responsabile non sarà mai individuato. Ma per molti storici non fu un incidente: fu un attentato. Un atto di terrore politico in un momento cruciale, mentre a Parigi si decideva il destino di quei territori.

Perché Pola?

Nel 1945 Josip Broz Tito, leader comunista della Jugoslavia, aveva puntato a espandere i confini verso occidente. Trieste non viene conquistata stabilmente; Pola diventa invece il punto più esposto.

“Tito voleva arrivare fino a Trieste”, ricorda Bellaspiga. “Non riuscendoci, Pola resta la sua vittima”.

Primavera ed estate 1946 sono mesi di tensione crescente: intimidazioni, aggressioni, episodi oscuri. L’11 agosto, pochi giorni prima della strage, durante una gara sportiva viene ritrovata una borsa piena di esplosivi. Segnali che oggi, riletti a posteriori, assumono un peso diverso.

Il 10 febbraio 1947, con il Trattato di Parigi, Pola passerà ufficialmente alla Jugoslavia, fino ad allora era un territorio italiano abitato da italiani. 

L’esodo e la coccarda

Vergarolla segna un punto di non ritorno.

“Dopo quella domenica”, spiega Bellaspiga, “molti compresero che non c’era più un futuro per loro in quelle terre”.

Ha inizio l’esodo istriano: migliaia di italiani costretti ad abbandonare case, lavoro, radici. 

Simbolo di quella scelta identitaria fu una coccarda tricolore cucita a mano, indossata da chi si dichiarava italiano. “Con quella coccarda hanno cantato il Va’ pensiero”, racconta la relatrice mostrando il ricamo che sua madre conservava.

La reazione della stampa fu diversa sulle due sponde dell’Adriatico.

I giornali jugoslavi tacquero. In Italia, l’Unità parlò di “sciagura” solo alcuni giorni dopo. “Ma non fu una disgrazia”, sottolinea Bellaspiga. “Fu un attentato. Il primo attentato della Repubblica italiana. E il più dimenticato”.

A Vergarolla lavorò senza sosta il chirurgo Geppino Micheletti, che operò per ore anche dopo aver perso due figli nell’esplosione. Una figura diventata simbolo di dignità e dovere in mezzo all’orrore.

Una memoria ancora incompleta

“A Vergarolla non siamo ancora riusciti ad avere un cippo con tutti i nomi riconosciuti”, ha ricordato Bellaspiga.

“Mi piacerebbe che almeno esistesse un cippo immateriale, fatto di memoria condivisa”.

In chiusura, il sindaco di Brugherio Roberto Assi ha richiamato il significato della Giornata del Ricordo: “la memoria non è una celebrazione formale. È qualcosa che dobbiamo portare dentro”.

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