La mia esperienza da volontaria alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 comincia molto prima delle gare. Inizia il giorno in cui decido di inviare la mia candidatura, incerta su cosa mi avrebbe riservato il futuro. Passano mesi tra mail di conferma e colloqui vari, momenti in cui ci si conosce e si comprende sempre più l’importanza e la grandezza dei Giochi. Tutto sembra lontano e surreale, ma una volta ritirata la divisa, diventa tutto realtà.
La apro con una certa emozione: felpa, maglietta, badge e cappellino. Indossarla per la prima volta è strano. Fino a quel momento le Olimpiadi erano qualcosa che guardavo in televisione: all’improvviso, invece, ne faccio parte anch’io.
Dopo una giornata dedicata alla formazione, il primo turno arriva subito. Milano non si è ancora del tutto accesa quando arrivo al Main Media Centre, luogo di lavoro e di ritrovo principale dei media provenienti da ogni angolo del mondo per raccontare i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali.
Fuori l’aria è fredda e frizzante, ma c’è già movimento: volontari che si salutano, addetti che sistemano le ultime cose, giornalisti e fotografi che preparano le loro postazioni, persone con il badge al collo che vanno e vengono. Sale dedicate alle conferenze stampa e alle interviste, uffici e lounge sono colme di emozione; tutti vivono aspettando l’inizio di un’esperienza indimenticabile.
Il ruolo del volontario
Essere volontario qui non significa solo “stare in piedi” o dare indicazioni. Significa entrare in un ingranaggio enorme fatto di persone, tempi, regole e – soprattutto – imprevisti. Ognuno ha un compito preciso, anche se piccolo. E proprio quei compiti, messi insieme, fanno funzionare tutto.
Durante i turni succede di tutto: persone che non trovano l’ingresso giusto, visitatori stranieri che chiedono aiuto, qualcuno un po’ spaesato che non sa dove andare. A volte basta accompagnare qualcuno per pochi metri per risolvere un problema. Altre volte basta ascoltare. Non sono gesti clamorosi, ma sono utili. E quando qualcuno ti dice “grazie” con un sorriso, capisci che quello che stai facendo ha senso.
Una cosa che colpisce subito è il clima che unisce volontari e lavoratori. All’inizio si è tutti sconosciuti, poi dopo due turni sembra di far parte di una piccola squadra. Ci si scambia informazioni e ruoli, ci si aiuta quando qualcuno è in difficoltà, si condivide la stanchezza.
Si lavora con persone molto diverse per età ed esperienze, ma con lo stesso obiettivo: far andare tutto per il verso giusto e divertirsi lavorando. Il lavoro di gruppo diventa la forza di eventi così grandi e importanti: la collaborazione tra persone di diverse nazionalità, che vivono ognuna una realtà diversa, si ritrovano ad unirsi per dar vita a qualcosa di incredibile. Non solo per quanto riguarda i Giochi, ma anche per i legami che si creano.
Cosa significa “essere volontario”
Questa esperienza insegna molto: si cresce, si diventa più attenti e organizzati, più pazienti. Fare volontariato significa adattarsi, accettare che non tutto dipende da te, ma che tu puoi comunque fare la tua parte.
In un evento come le Olimpiadi si vedono gli atleti, le medaglie, le cerimonie. Ma dietro c’è un mondo fatto di persone che lavorano dietro le quinte. Il volontariato è questo: esserci. Non serve essere straordinari per partecipare a qualcosa di straordinario. Basta mettersi in gioco e scoprire, giorno dopo giorno, che anche così si può far parte di qualcosa di grande.






