sabato, Gennaio 10, 2026
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Mense scolastiche a Brugherio: un anno di rincari, scontri e correttivi

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A Brugherio il tema mense è diventato, nel giro di pochi mesi, una questione politica prima ancora che contabile. Da gennaio 2025 — quando è entrato a regime il nuovo piano tariffario legato all’appalto con Cirfood — fino agli ultimi aggiornamenti di dicembre, si è costruita una storia fatta di numeri (tanti), comunicati stampa (altrettanti), petizioni, consigli comunali e un nodo che torna sempre uguale: chi paga davvero l’aumento e quanto spazio ha il Comune per “ammorbidirlo”.

Un dibattito che torna oggi al centro dell’attenzione perché dal 2026 entreranno in vigore i correttivi approvati dall’amministrazione, sui quali si concentrano aspettative e critiche.

Il punto di partenza: gennaio 2025 e il nuovo tariffario “a cinque fasce”

La miccia scatta a inizio 2025. Le tariffe della mensa vengono aggiornate per la prima volta dal 2017 e il nuovo piano prevede cinque fasce ISEE con pasto pieno a 6,77 euro sopra i 30 mila euro, e quote via via inferiori nelle fasce sotto soglia. 

Per capire perché la tensione esplode, basta ricordare cosa c’era prima: fino al 2024 il prezzo pieno era 4,83 euro e scattava già sopra i 14.600 euro di ISEE; sotto quella soglia si pagava 4,50 euro, e nelle fasce più basse si arrivava a 2 euro (0–6.809 euro di ISEE ) o 3,20 (6.809–7.250 euro di ISEE). Tradotto: per una fetta ampia di famiglie — quelle “normali”, non necessariamente benestanti — l’aumento non è percepito come una limatura, ma come un salto di fascia.

La primavera “calda”: petizioni, accuse e la richiesta di un tavolo

Con l’aumento a regime, la battaglia si sposta fuori dai palazzi: arrivano due petizioni e il confronto Comune–Comitato Diritto Mensa, organismo composto da genitori e rappresentanti comunali, si irrigidisce.

A fine marzo lo scontro è ormai pubblico: il presidente del comitato  Matteo Pasini contesta la narrazione secondo cui molti firmatari avrebbero voluto ritirare l’adesione, chiede risposte formali (PEC) e invoca un tavolo aperto; dall’altra parte Villa Fiorita replica parlando di “strumentalizzazione” e di una protesta condotta “in modo del tutto personale”.

In parallelo, il tema entra con forza anche nei consigli comunali. Nei dibattiti dell’11 e del 31 marzo, la questione mense diventa uno dei principali terreni di scontro politico: l’opposizione incalza la giunta su rincari, criteri di calcolo delle tariffe e sostenibilità per le famiglie, mentre l’amministrazione difende l’impianto scelto rivendicando vincoli di bilancio e la correttezza delle previsioni. Il confronto si accende in particolare nel botta e risposta tra Matteo Pasini e l’assessora e vicesindaca Mariele Benzi, che segna il passaggio definitivo della vicenda da tema tecnico a nodo politico centrale.

7 maggio: l’incontro con Cirfood e la linea Benzi–Assi

Il 7 maggio, in aula consiliare, va in scena l’incontro tra giunta, gestore del servizio Cirfood  e genitori. Qui emergono due elementi che segneranno la narrazione dei mesi successivi:

  1. La distribuzione reale degli ISEE: l’assessora e vicesindaca Mariele Benzi sostiene che ci siano stati “più utenti del previsto nella fascia massima”, e che il Comune non potesse stimarlo prima in quel modo.
  2. Il vincolo sulle risorse: il sindaco Roberto Assi richiama il tema della spesa corrente e dei limiti normativi nell’uso dell’avanzo per abbassare tariffe e rette (“possiamo rifare le strade ma non intervenire sulle mense”).

Nel dibattito compaiono anche questioni “laterali” ma rilevanti: insolvenze, qualità del servizio, durata dell’appalto, migliorie promesse. 

Il 24 luglio, in consiglio comunale, spunta il numero che diventerà il riferimento fisso del Comitato: secondo quanto riportato, le spese comunali “realmente sostenute” per il 2025 risultano ridotte di 122.443 euro rispetto a quanto stimato nel bilancio di previsione, dove la refezione era quantificata in 470.869 euro. 

Questo passaggio è decisivo perché sposta la discussione: non è più solo “quanto è aumentata la tariffa”, ma se quelle tariffe sono calcolate su previsioni poi rivelatesi più alte del necessario.

Settembre: il Comitato chiede di anticipare la revisione

A inizio anno scolastico 2025/26, una volta annunciati i correttivi, Pasini rilancia con un comunicato: perché aspettare il 2026 se ci sono “numeri certi” e risparmi già emersi? Nel mese di settembre viene citata una spesa 2025 pari a 335.300 euro, con un risparmio “oltre 122.000 euro” rispetto al preventivo (dicembre 2024). 

È qui che la questione mense diventa, di fatto, un braccio di ferro sulla filiera del numero: previsione, rendiconto, margine, redistribuzione.

Novembre–dicembre: dai correttivi al nuovo tariffario 2026

Sul finire dell’anno arrivano i correttivi. Il 2 dicembre, in consiglio, si discute una modifica al regolamento: Benzi spiega che la novità consente di far partire le riduzioni dal secondo figlio e non più dal terzo; l’opposizione prova a intervenire anche su altri aspetti — come la morosità e la sospensione del servizio — segnalando che il tema non è solo economico ma anche di tutela dei minori.

Il 10 dicembre vengono pubblicate le tariffe 2026 per la refezione: le prime quattro fasce restano invariate, ma nasce una nuova fascia ISEE 30–40 mila euro a 6,27 euro; sopra i 40 mila resta la tariffa piena da 6,77 euro. Viene inoltre formalizzata l’agevolazione per il secondo figlio a 4,50 euro, estesa anche alla casistica “un figlio in mensa e uno al nido”, con applicazione della tariffa ridotta al minore. Rimane infine la tariffa 2,40 euro per il minore nelle famiglie con tre o più figli iscritti al servizio.

Spesa per le famiglie, impatto dei correttivi

A questo punto, però, il nodo torna a essere quello iniziale: quanto incidono davvero questi correttivi sulla spesa delle famiglie? Guardando al singolo pasto, l’effetto è diverso a seconda dei casi. Per il primo figlio inserito nella nuova fascia ISEE 30–40 mila euro, il costo scende da 6,77 a 6,27 euro, con una riduzione di 0,50 euro a pasto, pari a un risparmio del 7,39% rispetto al 2025. Un alleggerimento che attenua l’impatto del rincaro dello scorso anno, ma che non riporta la tariffa ai livelli precedenti: nel 2024 il pasto pieno costava 4,83 euro, e il confronto evidenzia comunque un aumento del 29,81% nell’arco di due anni.

Più marcato è invece l’effetto dell’agevolazione prevista per il secondo figlio. Dal 2026 il pasto scende a 4,50 euro, con una riduzione di 2,27 euro rispetto al 2025, pari a un risparmio del 33,53%. In questo caso, il confronto con il 2024 restituisce un dato opposto: la tariffa agevolata risulta inferiore di 0,33 euro rispetto al costo di due anni fa, con un risparmio del 6,83% sul singolo pasto.

22 dicembre: il Comitato boccia la “vera svolta”, Benzi: “Opinioni”

A questo punto arriva l’ultimo capitolo dell’anno: il Comitato Diritto Mensa critica sia la nuova fascia sia lo sconto sul secondo figlio, definendoli interventi marginali e chiedendo una revisione complessiva di tutte le fasce. Nel pezzo del 22 dicembre si richiama anche il tema delle risorse: secondo il Comitato, i margini registrati nel 2025 avrebbero potuto sostenere di più le famiglie più fragili. Benzi replica rivendicando il confronto con realtà “apartitiche” e liquidando le critiche sulle tariffe 2026 come “opinioni”.

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