HomeIntervisteLa balbuzie: un "piccolo", ma grande problema. I consigli della Dott.ssa Siervo

La balbuzie: un “piccolo”, ma grande problema. I consigli della Dott.ssa Siervo

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La vita ci rivela sempre degli ostacoli, problemi, piccoli o grandi che siano, con i quali ci si deve imbattere quai ogni giorno.

Questi, però, non sempre sono subito visibili e di primo impatto. Alcuni di essi, infatti, sono rilevabili solo alla lunga e solo se “interpellati”, come il caso delle balbuzie.

Che cos’è la balbuzie?

Partiamo però dall’incipit: cos’è la balbuzie? La balbuzie (e non balbuzia come spesso viene scritto, ndr) avviene quando un paziente sa cosa vuole dire (senza quindi un problema nel pensiero), ma non riesce a tradurlo in parole. Queste non escono in quanto vi è un’occlusione della stessa, risolvibile con esercizi cosiddetti “pneumofomici”, che servono ad evitare di andare in apnea e aiutano ad esprimersi nella maniera più armonica possibile. Spesso la balbuzie è accompagnata da tic della bocca e del viso, dove si scarica la tensione del momento in cui ci si blocca: blocco che può essere della parola (con la canonica ripetizione della sillaba) o addirittura dell’espressione.

Un problema “da niente” per i più, ma non per chi deve conviverci ogni giorno. Questa può essere fonte di imbarazzo o di scherno negli anni, con problematiche ancor più pesanti se non considerate nei tempi opportuni. I balbuziente possono essere scambiati come introversi, ma così non è. E’ solamente un fatto per nascondere il difetto agli esterni, chiudendosi in un silenzio non voluto. Non si parla? Non c’è il problema. Ma non è così che si risolve.

Fortunatamente c’è chi se ne occupa, anche se i professionisti del settore pare non siano così elevati. Una di queste è sicuramente la Dott.ssa Dora Siervo, che con il suo studio si occupa proprio di questa delicata questione. L’abbiamo intervistata.

L’intervista alla Dott.ssa Dora Siervo

Cosa l’ha spinta a scegliere questo ramo anziché un altro?

“Sono laureata in psicologia alla Bicocca, poi mi sono specializzata in psicosomatica, ossia lo studio che rivela che se la persona sta bene, anche il corpo ne risente positivamente. Nel corso delle mie prime esperienze mi sono capitati dei bambini balbuzienti e mi sono accorta che il solo approccio non bastava con essi. Così ho scelto di effettuare un percorso di 2 anni che va ad aggiungersi alla mia laurea: seguo i pazienti balbuzienti con esercizi logopedici, ma anche con un occhio clinico alla parte emotiva. Purtroppo non ci sono studi particolari, ma gli ultimi che sono stati fatti rilevano le due componenti sono spesso abbinate. L’incidenza è per lo più maschile, ma non vi è alcuna certezza; come non si ha nemmeno alcuna discendenza, ad esempio. In totale il mio corso di studi è durato quindi 4 anni di psicoterapia + 2 anni di risoluzione della balbuzie. Ad oggi lavoro sia privatamente a Limito di Pioltello che in collaborazione con l’Humanitas di Bergamo, in quanto non ci sono tanti specialisti del settore”.

Immaginiamo che per fare questo tipo di mestiere si debba avere un particolare tatto. È così?

“Certo, questo lo confermo sicuramente. Ci vuole tanta empatia e l’esperienza mi ha insegnato che si debba entrare in contatto con il paziente ancor prima dell’analisi del caso. Bisogna capire quali siano le difese erette dallo stesso e cercare di anticiparle, assicurando come prima cosa che il problema sia risolvibile”.

Addentrandoci nella problematica… come nasce questa? Può scaturire fin dalla nascita o è ad esempio “provocata” da qualche situazione?

“Non si può stabilire con certezza, in quanto non ci sono studi particolari. Dai 3 ai 6 anni è più una questione fisiologica, ma questa può essere unicamente una fase. La diagnosi si potrà fare solamente dai 6 anni in poi, ossia quando la situazione è ormai acclamata. In un primo momento i genitori si accorgono che i bambini non riescono a spiegarsi al meglio e si preoccupano e proprio per questo ho studiato dei giochi particolari da somministrare agli stessi per verificare e controllare la situazione, che poi analizzeranno per constatare se vi sia un’evoluzione od un’involuzione nel linguaggio proprio attraverso l’uso di questi esercizi”.

Capita più frequentemente di avere a che fare con giovani o con adulti? E ci sono differenze nel rapporto col paziente e nel metodo di trattamento?

“Il metodo dai 6 anni in poi è lo stesso, perché il protocollo prevede degli esercizi standard, ma la parte clinica poi si analizzerà sul determinato paziente. Io in questo momento ho curato più ragazzi e bambini che adulti, ma perché ora c’è un’attenzione minore, ma penso anche e soprattutto perché gli adulti “di oggi” sono i bambini non attenzionati “di ieri”. L’adulto curato da me oggi è quello che vuole fare lo scatto di carriera ed ha quindi “necessità” di spiegarsi in maniera equilibrata e chiara, ma spesso e volentieri sono come se rassegnati alla convivenza con il problema, anche se con frustrazione. Pensano non ci sia cura e si è cristallizzata in loro l’idea che non ci sia una soluzione alla diatriba”.

Pensiamo anche che con queste problematiche possano nascere ulteriori situazioni spiacevoli, come ad esempio il bullismo, specie in tenera età…

“Certo, perché se si è attenzionati si è protetti, ma al di fuori del guscio verranno presi in giro, venendo colpiti con prese in giro che andranno ad intaccare la propria stima. E questo specialmente nel tempo. Proprio per questo è molto importante la prevenzione e non bisogna pensare che passerà tutto col tempo. Le giustificazioni trovano il tempo che trovano. Non bisogna aspettare, ma bisogna intervenire al più presto, proprio per prevenire i pensieri che il bambino possa cristallizzare e che alla lunga saranno sempre più difficili da togliere”.

Ha qualche consiglio da dare?

“Un consiglio che mi sento di dare è sicuramente quello di cercare di non sostituirsi alla persona con difficoltà, concludendo ad esempio la parola od il pensiero al suo posto. Bisogna lasciare il proprio tempo e lasciar finire il pensiero, sennò si corre il rischio di mortificarla. Il fatto di accelerare i tempi può essere interpretato come una mancanza di rispetto, togliendo il tempo ad essa dedicato. Bisogna poi guardare negli occhi la persona proprio per entrarci in contatto, in quanto spesso accade che non la guardino per evitare la tensione del momento, peggiorando, però, solamente la situazione”.

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