Certi fatti della vita non li conosciamo davvero finché non ci prendiamo del tempo per trovarci faccia a faccia con essi. E quasi sempre sono fatti che non ci consentono di essere ingenui, superficiali o leggeri. Di parlare senza conoscere, di pensare senza riflettere. Soprattutto di credere, e così un po’ assolvendosi, di essere impotenti, di non poter agire in nessun modo per cambiare le cose e contribuire alla verità. Sono passati dieci anni dall’orribile, iniqua morte del ricercatore Giulio Regeni di cui tutti noi siamo certi di conoscere la storia.
In realtà conosciamo solo quello che ci siamo concessi il tempo di sapere. Nella peggiore delle ipotesi, veniamo raggiunti in maniera accidentale randomica da queste ultime, nell’era in cui i media ce li portiamo tutti in tasca con i nostri smartphone, col risultato che il più delle volte la nostra mente riesce a partorire solo idee distorte.
Prendersi il tempo per capire la storia di Giulio Regeni
Ma se vi concederete una pausa dalle incombenze della quotidianità per comprendere come si spezza una vita, come si cancella l’esistenza di un giovane italiano disegnando uno spaccato violento, carnoso e sanguinolento di quello che può accadere ai giorni nostri, se vi ponete o, peggio, se ponete delle domande, allora questo tempo spendetelo guardando il documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”. Io, come chiunque altro, credevo di conoscere la storia di questo ragazzo, questo connazionale che si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati degli ambulanti. Invece non sapevo nulla.
Non sapevo quali forze oscure stessero tramando alle sue spalle: ragni velenosi tessevano la tela del suo destino, mentre boia dalle amichevoli sembianze di coinquilini, lasciavano, anzi traghettavano un uomo che non aveva nulla da nascondere verso la morte, schioccandogli sul viso un invisibile e violentissimo bacio di Giuda.
Un documento indispensabile, un appello alla nostra coscienza
Questo documentario, che è il frutto di anni di investigazioni e di ricerche effettuate da parte dei legali della famiglia Regeni, vuole essere per tutti noi non solo un monito a non farci mai i fatti nostri, in casi come questi – perché si sa, lo dicevano anche i nostri nonni, che in questo modo si campa cent’anni – ma a prendere coscienza che giustizia non è stata ancora fatta.
La famiglia Regeni – e molti suoi connazionali – attendono che il loro Paese si ricordi di suo figlio Giulio, mentre la politica ha cancellato il suo nome dalla propria facciata e soprattutto dalle proprie agende, giustificandosi e autoassolvendosi in nome di un presunto e opinabile bene superiore. Perché c’è dittatore e dittatore, in questa era in cui la democrazia è un bene, o meglio, una parola in saldo, come un vestito che anche i peggiori oppressori possono indossare senza sfigurare. Tanto non ne sono rimasti di fanciulli innocenti in grado di vedere davvero, e rivelarci in realtà che il re è nudo.
E così succede che Abdel Fattah Al-Sisi non ci dispiaccia poi così tanto, perché, tra le altre cose, consente all’Eni di attingere alle proprie risorse energetiche, estraendo gas e altri idrocarburi. Oppure si consente – per aggiungere insulto grave alla già tragica morte – all’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, in carica proprio all’epoca dell’uccisione di Regeni, di venire lautamente retribuito per seminari, convegni, conferenze e consulenze svolte per conto di società egiziane, con la benedizione proprio di Al-Sisi.
Come faceva Giulio
Ora lo so, starete pensando che queste sono cose che passano sopra le nostre teste, che in fondo noi non ci possiamo fare niente. Possiamo partecipare a una fiaccolata, appendere uno striscione, fare una commemorazione pubblica, ma niente più di questo. E invece no, non è così. Perché per fare in modo che il percorso che conduce alla verità e alla giustizia per Giulio si completi, dobbiamo non essere complici di tutto ciò che accade sopra di noi. E per non divenire conniventi, possiamo fare una cosa molto semplice, anzi, non dobbiamo smettere di fare una cosa molto semplice: domande.
Non dobbiamo smettere di fare domande, in ogni ambito della nostra vita: nella nostra professione, nei rapporti interpersonali, nelle aule di tribunale, negli studi medici, nelle università, nelle scuole… Non smettiamo mai di domandare perché, di chiedere per chi, di chiedere come. E di chiedere se qualcosa è opportuno, se qualcosa è giusto, se qualcosa è doveroso. Ecco, doveroso. Deriva dal verbo dovere. Conosciamo poco i nostri diritti e ignoriamo quasi completamente i nostri doveri.
Dobbiamo invece sentire come un dovere civile la nostra battaglia pacifica in nome di giustizia e verità. Per Giulio Regeni e per tutti quelli che perdono la vita perché volevano conoscere le risposte, perché non si accontentavano di sapere che “le cose stanno così”. Solo lastricando questo percorso tortuoso di “perché”, potremo salvare il prossimo Giulio che perderà la vita in quei pezzi di mondo dove questa non conta nulla e perderla è un giro di roulette russa. Dove chi governa decide chi può vivere e chi deve morire.
Regeni come Cucchi, è il momento della verità
Pensando a Giulio mi viene in mente la storia di Stefano Cucchi. Due vicende così diverse eppure così simili, per certi versi. Un’autorità che abusa del proprio potere non trova giustificazioni, indipendentemente dai colori della bandiera. Ilaria Cucchi ha lottato, anche con l’aiuto della gente comune che ha sostenuto la sua famiglia nei momenti in cui la ricerca della verità era una sfida alla Don Chisciotte, contro i mulini a vento. In fondo siamo tutti Don Chisciotte. Allora lottiamo. Ora è il momento di non dimenticare la famiglia Regeni, di non dimenticare Giulio e di pretendere, anche per lui, giustizia






