sabato, Febbraio 14, 2026
HomeArte, cultura e spettacoliGiorno del Ricordo, il racconto della testimone alla Casa del Popolo

Giorno del Ricordo, il racconto della testimone alla Casa del Popolo

L’esodo istriano raccontato da Papeveri Rossi tra memoria storica e testimonianze dirette: dal campo profughi della Villa Reale di Monza alla ricostruzione di una nuova vita

- Pubblicità -

Si è svolta ieri sera, venerdì 13 febbraio, al Salone Berlinguer della Casa del Popolo di via Gramsci 3, l’iniziativa promossa dall’Associazione Papaveri Rossi dedicata alle vicende degli esuli istriani, giuliani e dalmati nel secondo dopoguerra. Un incontro partecipato, costruito attorno a racconti, immagini e testimonianze dirette di chi visse l’abbandono forzato delle proprie terre, il passaggio nei campi profughi – tra cui quello di Monza – e il difficile percorso di ricostruzione in città sconosciute. Alcune famiglie trovarono anche a Brugherio un luogo da cui ripartire. Con Umberto De Pace, autore di articoli e di un libro di memorie monzesi, in dialogo con una testimone diretta residente da tempo in città: Giuliana.

La serata e il contesto storico

Nel salone Berlinguer, gremito per l’occasione, si sono alternati momenti di ricostruzione storica attraverso materiale audiovisivo e memorie in prima persona, lette dai membri dell’associazione Papaveri Rossi Laura Valli, Alessandra Sardi e Avis Spini. In apertura è stato l’esponente di Papaveri Rossi Renato Magni a spiegare il contesto storico in cui è avvenuto l’esodo.

«La Giornata del Ricordo è il 10 febbraio – spiega – perché in quel giorno, nel 1947, è stato firmato a Parigi il trattato delle nazioni vincitrici». Si tratta dell’accordo che definì i primi confini orientali dello Stato italiano. «Questo ha provocato un primo esodo dalle zone italiane, da parte di chi ha perso la speranza che quelle terre restassero all’Italia», continua Magni. Che osserva: «Il trattato è stato duro con l’Italia, considerata una nazione sconfitta nonostante la Resistenza e nonostante il Regno d’Italia avesse concluso la guerra con lo status di cobelligerante».

L’esodo, in ogni caso, fu lungo. Solo nel 1954, con il memorandum di Londra, parte dell’Istria – compresa la città di Trieste – passò definitivamente all’amministrazione italiana, mentre il resto rimase alla Jugoslavia. Tramontarono così le speranze di quella parte della popolazione istriana che viveva a sud di Trieste di far parte delle terre italiane. L’esclusione portò quindi al “terzo grande esodo istriano”. Già dal 1947 l’Italia ospitava campi profughi per gli esuli, tra cui quello allestito nelle scuderie della Villa Reale di Monza, che ospitava circa 60 famiglie.

La testimonianza di Giuliana

Il momento centrale della serata è stato l’intervista che Umberto De Pace, esperto dell’esodo giuliano-dalmata, ha rivolto a Giuliana, brugherese, nata a Monza mentre i suoi genitori si trovavano nel campo profughi della Villa.

«È difficile raccontare alcune parti della nostra vita personale, ma alcune sono parte della Storia», esordisce. La famiglia di Giuliana, originaria di Isola d’Istria, si “smembrò” all’indomani del memorandum di Londra. Fu allora che il maresciallo Josip Broz Tito diede un ultimatum agli italiani che si trovavano nei territori jugoslavi: mantenere la cittadinanza italiana e recarsi in Italia – a patto di abbandonare tutti i propri averi – oppure rimanere, imparare la lingua e assumere la cittadinanza jugoslava.

La famiglia di Giuliana scelse quasi per intero di partire per l’Italia. Unica eccezione una zia che, vedova e già pratica della lingua slava, decise di restare a Isola d’Istria per prendersi cura degli animali che allevava. Gli altri dovettero lasciare quasi tutto: le terre coltivate da generazioni, le attività artigianali, le case e la maggior parte dei beni.

I diversi rami della famiglia si dispersero così in varie parti del mondo: qualcuno addirittura in Australia, altri in Liguria, uno zio falegname a Carpi, dove nel Modenese si cercava questo tipo di professionalità.

I nonni, invece, decisero di non proseguire il viaggio una volta arrivati a Trieste. «Sentivano che, alla loro età, non ce l’avrebbero fatta a recarsi altrove», ricorda Giuliana. Dal ’56 fino alla loro morte, nella seconda metà degli anni ’60, vissero nel campo profughi di Padriciano, sulle alture intorno a Trieste, in baracche di legno esposte alla bora, con pochi spazi, letti a castello e servizi in comune.

L’infanzia nel campo profughi di Monza

I genitori di Giuliana proseguirono invece verso Monza e Milano, dove il padre trovò lavoro come operaio alla Falk. «Sono nata a Monza, in ospedale, quando i miei genitori si trovavano nel campo profughi – racconta –. Mamma, per sdrammatizzare, diceva che potevamo affermare di aver vissuto in Villa Reale». Di quei primi quattro anni di vita Giuliana ricorda gli altri bambini, il prete che li assisteva, la tenda cucita dalla madre per permettere al padre di riposare dopo i turni alla Falk.

«Credo che i bambini più grandi abbiano sofferto di più. Per me probabilmente non c’è stato il senso di lacerazione di chi è dovuto andare via», riflette. «Il campo profughi ha lasciato il senso di precarietà, di non sapere dove andare. I bambini hanno meno strumenti degli adulti per affrontare una situazione del genere».

I ritorni in Istria e il Giorno del Ricordo

Ogni tanto Giuliana tornava a trovare la zia rimasta in Istria. «A metà degli anni ’60 passare il confine era difficile. I controlli erano da guerra in corso, li chiamavano “posti di blocco”. Dividevano gli uomini da una parte, le donne con i bambini dall’altra per le perquisizioni. La situazione aveva inciso molto su mio papà, che ne parlava poco». Eppure, una volta arrivati, per i genitori era un sollievo vedere che le loro vecchie abitazioni fossero ancora tenute bene.

Sulla celebrazione del Giorno del Ricordo, era la madre a esprimere una riflessione lucida: «Meno male che qualcuno si ricorda», diceva in dialetto. Non per ottenere compassione, ma per essere capiti. «Nessuno ci ridà indietro niente, ma faceva male sapere che la gente non sapesse. Non per essere compatiti, ma per essere capiti e compresi. Che è una cosa un po’ diversa».

TI POTREBBERO INTERESSARE...
- Pubblicità -
- Advertisment -

I più letti

- Advertisment -