Al vaglio l’ipotesi normativa sui metal detector nelle scuole: questo è quanto emerge dalle dichiarazioni congiunte del Ministro dell’Interno Piantedosi e di quello dell’Istruzione Valditara. L’obbiettivo è rendere le scuole più sicure, a costo di rischiare una progressiva militarizzazione e attivare un’involontaria discriminazione fra istituti.
Violenza nelle scuole: fenomeno in aumento?
Molto del dibatitto parte dall’idea che, nelle scuole italiane, il fenomeno della violenza scolastica sia in aumento. Ne sarebbe testimone l’episodio verificatosi a La Spezia, dove un ragazzo ha accoltellato un suo compagno. Tuttavia, i dati raccontano un’altra storia. Lo stesso MIM lo affermava, quando lo scorso dicembre segnalava un trend di riduzione nella violenza scolastica, sottolineando peraltro come le vittime, prevalentemente docenti, fossero nella maggior parte dei casi colpite dai genitori e non dai loro studenti. Questo semplice dato, mostra come il problema sia di natura prettamente educativa e difficilmente sarebbe risolto dalle misure restrittive pianificate.
I rischi dei controlli interni
C’è poi un’enorme questione sociale legata all’adozione di misure di questo tipo. In Italia, il sistema scolastico è prevalentemente pubblico e accessibile senza barriere economiche o residenziali come avviene, invece, negli USA. Per questo, l’introduzione dei metal detector rischia di amplificare un’immagine di instabilità, spingendo a spostare i figli verso istituti percepiti come più sicuri. Una scuola che decide di aderire a queste misure, rischia di marchiarsi come pericolosa, finendo per portarsi dietro una serie di etichette come quelle legate ai quartieri ad alta concentrazione di migranti o basse estrazioni sociali. Si potrebbe persino finire per spingere ancora di più verso l’istruzione privata, a sfavore di quella pubblica.
A queste difficoltà, si aggungerebbe un problema economico. Negli Stati Uniti, la sola installazione di impianti del genere può arrivare a costare fino a 100.000 $ per istituto, ai quali vanno aggiunti i costi del personale addetto ai controlli. In questo senso, la soluzione governativa sarebbe quella di proporre l’ausilio delle forze dell’ordine, comprensive di unità cinofile. Per questa ragione si parla di militarizzazione del contesto scolastico, «una scelta pericolosa che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona», ha dichiarato Federica Corcione, membro dell’esecutivo nazionale dell’Uds.
Affrontare sul serio la situazione
La reazione del Governo appare, nel suo insieme, più una reazione istintiva che una discussione produttiva. Sicuramente la violenza scolastica, per quanto fenomeno contenuto e in calo, necessita di un dialogo aperto e, si spera, produttivo. Sicuramente resta legittima la paura sociale, anche se perlopiù percepita. Ma questa va affrontata evitando una linea securitaria che, dati alla mano, potrebbe generare più problemi di quelli esistenti. Forse, sarebbe il caso di parlare prima di educazione sul tema della violenza e non di coercizione contro gli sporadici episodi che si verificano nel paese.






